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Guai a parlare di maschicidio (parte 1)

28 giugno 2017

Devo dire  la  verità, volevo fare  un video (sarebbe  stato il primo personale del blog, tanto da  ricordare  i metallica 🙂 ) ma  una  voce nasale (data  da  un raffreddore fuori stagione) mi ha  fatto desistere , va  beh sarà per  la  prossima, comunque  sia  rispondo ad un articolo che  il prode  maschio beta (e  cambia  sto nome) ha  subito condiviso

http://thesubmarine.it/2017/06/27/perche-e-stupido-usare-la-parola-maschicidio/

In molti, dall’Accademia della Crusca in giù, hanno già ampiamente argomentato a favore della necessità del neologismo, ed è sufficiente la definizione del Devoto-Oli 2009 per chiarire che non si tratta di un vezzo: si definisce femminicidio “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.”

Si vero, viene  uccisa  in quanto “donna”, però c’è una  cosa  che  capisco

Le  donne vengono uccise sopratutto in ambito familiare,se  fosse  vero che  venga  uccisa  “in quanto donna” dovrebbe  valere anche  se  incontro una  donna  per  strada e, visto che  è donna,  la  uccido … ad esempio avrebbe  molto più senso allora  una  legge contro l’omofobia  perchè (ancora  non ne  capisco il motivo ) se  uno vede  due  gay che  si baciano e  si incazza ,il loro essere  gay è il fattore  scatenante  della  violenza, non essere  donne  …

Potremmo dire che si tratta di una parola militante, nel senso che non esaurisce la propria funzione nel designare il fenomeno, ma cerca di diffondere una maggiore consapevolezza del problema e spinge verso una sua progressiva eradicazione — non soltanto dell’omicidio, che costituisce il caso estremo, ma di tutte le forme di violenza di genere. È un processo lento, inevitabilmente, come tutti mutamenti culturali, ma in cui proprio la consapevolezza gioca un ruolo fondamentale, in primis dalla parte delle vittime di violenza — spesso ancora restie a sporgere denuncia — e poi dalla parte di chi la compie, non più in un clima di generale e tacita accettazione.

Non proprio, femminicidio indica  proprio l’omicidio “in quanto donna”

L’opposizione alla diffusione del termine è del tutto sovrapponibile a quella della destra statunitense che cerca di depotenziare il movimento Black Lives Matter ribattendo che all lives matter — un’operazione “ad effetto” e buona come slogan, ma che non sta in piedi dal punto di vista logico: è ovvio che tutte le vite contano, ma i movimenti d’opinione e le battaglie per i diritti civili servono proprio perché nella realtà vera non tutte le vite contano allo stesso modo, e sono l’autorità, il potere o la cultura dominante a non riconoscere questa equivalenza di dignità e diritti. Serve ribadirlo? Purtroppo sì, ancora.

Manca  la  coscienza  di classe (quella  manca  sempre) ,in sostanza  l’autore in questione  usa  la  stessa  tecnica  delle  femministe cioè quella  che  gli uomini hanno “un debito” verso le  donne, quindi un uomo ,da  un ricco imprenditore  ad un barbone  è messo sempre  meglio di una  donna,  ma  se  invece  di usare  black,  white  (all è sicuramente  più democratico ) si usasse  il prefisso “poor” people ?

Per impedire la piena affermazione di questa parità si costruisce un’immaginaria “discriminazione di segno opposto,” denunciata da una posizione di finta imparzialità, tutta orientata, in realtà, a difendere lo status quo: è il modo in cui per tanti anni ci si è opposti a una legge sull’omofobia, o a norme riequilibrative della disparità di genere, come le infamate “quote rosa” (dal nome molto infelice) o la doppia preferenza di genere in certi meccanismi elettorali.

La  doppia  preferenza  di genere rappresenta, per  me  votante, un “obbligo” da  quando mai in democrazia  nella  cabina  elettorale  sono obbligato a  fare  una  scelta ?  Se mi garbano due  uomini o due  donne non avrò il diritto di votare  chi voglio io ?

Ora, di fronte all’affermazione lessicale e concettuale di “femminicidio,” ultimamente capita sempre più spesso di sentir parlare di maschicidio, con evidente intenzione polemica. Il termine è stato utilizzato da alcune testate giornalistiche in riferimento a un episodio di cronaca avvenuto pochi giorni fa a Modena, dove una donna di 50 anni ha ucciso efferatamente il compagno di 63, per ragioni — a quanto è emerso dal primo interrogatorio — dettate da un’evidente squilibrio psichico.

Ah, il famoso raptus, che  è tabù solo a  pensarlo se  si parla  di femminicidi , ma  chiamare  maschicidio, pura  follia , i violenti sono solo gli uomini ,le  donne  si difendono,quindi esiste  questa  regola, gli uomini ammazzano, le  donne  si difendono, più chiaro di cosi e  chi non si difende è perchè ha ” squilibri ”

“Il terzo maschicidio in tre settimane,” si legge su Il Giornale. “Anche le donne uccidono, le statistiche su questo fronte sono approssimative, poco aggiornate, per non dire mai fatte.” (Spoiler: le statistiche in realtà ci sono, e i dati Istat parlano di 79 omicidi volontari consumati da donne nel 2015, contro i 986 consumati da uomini — una sproporzione numerica che è già evidente prima ancora di valutare i moventi e il sesso delle vittime).

Uomini uccidono spesso altri uomini, le  donne  uccidono spesso sempre  uomini ,donna  che  uccide  donna  è molto raro, ma  il buon autore  ci fa  capire  che  esiste  un genere perfetto oserei dire  “ariano”, l’altro come  lo possiamo definire ? Uno scherzo della  natura, violento tra l’altro

Gli altri due episodi a cui fa riferimento l’articolo, senza esplicitarli, sono avvenuti a Villongo, in provincia di Bergamo, dove una donna di 44 anni ha investito con la propria auto un uomo che da tempo la perseguitava e che — stando alle sue dichiarazioni — l’aveva minacciata e ferita con un coltello; e a Campasso di Sampierdarena (Genova), dove una trentanovenneha ucciso il marito che quotidianamente la picchiava. Tre casi che, come si vede, è molto disonesto e tendenzioso accomunare sotto l’etichetta, già di per sé poco sensata, di “maschicidio,” come se esistesse un generalizzato sistema di sopraffazione e violenza delle donne ai danni del sesso maschile.

Sono morti degli uomini, che  naturalmente erano stalker, violenti e  psicopatici, diciamolo pure , se  la  sono cercata (non ricorda  qualcosa?)

Ma l’idea che il maschicidio sia un fenomeno occultato dalle forze del “politicamente corretto” e del “mainstream” ha cominciato a farsi largo da un po’ di tempo. A marzo scorso, proprio il Giornale — non a caso — ha distribuito in edicola un libro intitolato Il maschicidio silenzioso, che “sposta la lente di ingrandimento sul lato oscuro e i tabù dell’amore malato e violento, ovvero quello delle donne che odiano gli uomini.” L’autrice, Barbara Benedettelli, è stata candidata alla Camera con Fratelli d’Italia nel 2013, e attualmente è presidente dell’associazione L’Italia Vera, una sorta di think tank il cui scopo — come si legge piuttosto confusamente sul sito ufficiale — è “inserire al centro della vita sociale del Paese la persona umana e i diritti naturali e inalienabili alla vita, alla salute psico-fisica e alla felicità,” il che si traduce in una generica “attenzione” nei confronti delle “Vittime,” sempre scritto con la V maiuscola, ovvero i “cittadini colpiti dai reati contro la vita.”

Proprio questa equiparazione iper-generalizzante di qualsiasi violenza, a prescindere da cause e moventi, spinge a presentare la violenza maschile e quella femminile semplicemente come due facce della stessa medaglia. Ma la violenza non è tutta uguale, e non la si può analizzare senza considerare i contesti relazionali (in piccolo) e socio-culturali (in grande) che la rendono più o meno diffusa e più o meno accettata.

 

masch2-1400x773.jpg

 

Dati di una presunta “ricerca EURES” del 2015, che suona tanto come un ente di ricerca pubblico di livello europeo, ma non lo è. Da non confondere con l’omonimo portale della mobilità professionale della Commissione europea.

 

Diciamo (e  finiamo la  prima  parte) di questi 345 casi non gli frega  un cazzo a  nessuno, ma  se  il femminismo è per  la  decantata  parità,non dovrebbe  trattare  un eguale  misura  questi omicidi e  non fare  una  distinzione  sessista  su chi “vale  di più” ?

 

 

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