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Lo scricchiolio della ” roccaforte”

30 aprile 2015

Sono tempi duri  per i misogini e  maschilisti come  chi scrive …

Come  ripeto da tempo dell’uomo se ne  parla  poco e di quel poco male,  qualsiasi cosa  faccia  un uomo viene sempre  visto il suo lato negativo

C’era comunque ancora  un caposaldo, una  roccaforte per  i maschilisti, cioè la fede e/o la  religione

Maschilista  per  eccellenza,  la religione era messa sotto accusa dalle  femministe  (figurarsi da  quelle  con la falce e  il martello sui profili, ma solo su quelli ,poi si comportano peggio del peggior fascista) come  dimostrano queste  foto

femen

A Femen activist protests in Vatican

Sarebbe doveroso, visto  che  tutte le religioni sono maschiliste, come  mai tali femen se  lo prendono solo con la chiesa cattolica e no con le  moschee, eppure  la  religione  islamica è più dura contro le  donne  visto che, per fare  un esempio,  non possono seguire  la  “funzione”  insieme  agli uomini ,ma  non voglio certo parlare di quale  religione  è migliore, a dire  il vero me ne  frega abbastanza  poco … il vero punto sono gli ultimi proclami di papa Francesco

” le donne  guadagnano meno degli uomini ” e  la  colpevolezza di Adamo

Qui ,sul primo punto voglio essere  il più chiaro possibile, pagare  meno a parità di mansione  solo per  la differenza sessuale  o dell’ etnia  è una  cosa SCHIFOSA , ma  posso tranquillizzare Papa Francesco che , almeno nel pubblico ,questa differenza salariare, GIUSTAMENTE , non esiste,  si dice che  esista  nel privato ma  ,dai dati che ho  preso dal web, questa differenza  è del 4 % ,per come  la  vedo io è scandalosa uguale ,ma  non è quell’ inferno che  le  femministe dicono .

Sul secondo punto, anche  in un episodio , dove  la bibbia incastra Eva la  colpa  ricade  sempre  sull’uomo ,anche  in questa  situazione , non c’è niente  da fare, come  abbiamo detto in precedenza  dell’uomo se ne  parla  poco e di quel poco male  e qualsiasi cosa che  faccia  sbaglia

Città del Vaticano, 29 aprile 2015 – Papa Francesco, intervenendo all’udienza generale, si è soffermato sui temi della Famiglia e della coppia uomo-donna. Ricostruiti gli eventi che portarono alla cacciata dal Paradiso Terrestre: “Adamo fece una gran brutta figura” ha rivelato il Pontefice “perchè quando Dio gli chiese: ‘Ma perché hai mangiato la mela?’ il disgraziato non trovò di meglio che incolpare la povera Eva rispondendo ‘Lei me l’ha data’ (n.d.r.: la mela, che avete capito?). E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne.” ha concluso il Santo Padre.

Sbaglia  a fischiare  per strada ,ma  sbaglia  pure  se non fischia

Sbaglia  se tenta di provarci , ma sbaglia anche  se non tenta

Sbaglia  pure  nel caso del peccato originale  … in definita  l’uomo sbaglia, sbaglia, sbaglia  (sembra che  la donna  sia  immune  da commettere tali “sbagli” ) se poi provate a vedere una  puntata di forum o della copia  che  va in onda su Rai1 non sono si sbaglia ad essere  uomini ,ma  vi fa  pure  schifo esserlo

Come vedete l’ultima  roccaforte rimasta per  noi poveri maschilisti di merda sta  scricchiolando sempre  di più,  ci resterà solo qualche  sito web e qualche  blog ,condotto da  un uomo che  ha  fatto uno sbaglio grande  della  vita  ,cioè di essere laziale,  ma  tutto questo viene  compensato da  avere  dei romanisti ed allora  la sua  lazialità passa  in secondo piano 🙂

Dopo queste prese di posizioni di papa Francesco ,  sembra  che  ,qualche  femen abbia  appeso il crocefisso in casa

I

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2 commenti leave one →
  1. Daniele permalink
    30 aprile 2015 20:54

    Mauro, non esiste alcuna differenza del 4% a livello retributivo…
    In merito, questo è un post scritto da Fabrizio Marchi, quattro anni fa.
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    Il calcolo dei redditi femminili e maschili viene calcolato nello stesso modo ipocrita con cui si calcola il reddito medio delle persone in una dato contesto. In questo modo si afferma ad esempio che il reddito medio pro capite in un determinato paese è di 20.000 euro o dollari all’anno, senza però specificare che in questa forbice ce ne sono alcuni che ne guadagnano 100.000 se non milioni e altri che ne guadagnano 1.000. Ma in realtà nel nostro caso l’ipocrisia è ancora maggiore perché si arriva a parlare di discriminazione. Come se a parità di mansione e di qualifica le donne percepissero un salario minore di quello degli uomini. Il che è una menzogna allo stato puro perché se così fosse ciò significherebbe che i contratti di lavoro (spesso contratti collettivi nazionali per lo meno finchè non cancelleranno anche questi e non è escluso che ciò possa accadere a breve per lo meno nel comparto privato) prevedono una discriminazione e una differenziazione sulla base dell’appartenenza di genere. Una forma nazista di apartheid che non è mai esistita, credo, neanche nel Sud Africa dei tempi più bui della relazione fra bianchi e neri e che certamente non esiste in Italia e in Europa e credo nella totalità del mondo occidentale, più o meno sviluppato. Ti sfido a trovare un solo contratto di lavoro, collettivo o individuale, dove sia prevista una minor retribuzione a parità di mansioni e qualifiche per le donne rispetto agli uomini. Sarebbe ovviamente una discriminazione di tipo sessista, razzista e nazista, peraltro, non c’è neanche bisogno di dirlo, incostituzionale. Non solo, se veramente le donne fossero vittime di questa aberrante discriminazione, logica vorrebbe che sarebbero le più ambite da tutti gli imprenditori, privati ma anche pubblici o parapubblici, ai quali non sembrerebbe vero di poter abbattere il costo del lavoro e aumentare i loro profitti. Invece, mentre da una parte si sbandiera questa discriminazione, contestualmente si afferma che le donne hanno molto più difficoltà degli uomini nel trovare un’occupazione. Una bella contraddizione in termini. Non trovi? Come la spieghi? (evitiamo slogan e concentriamoci eventualmente su una risposta razionale e argomentata).
    Vediamo ora la prima obiezione che sicuramente avanzerai: ciò che conta non è la forma ma la sostanza. Intanto in questo caso la “forma”, cioè l’impianto giuridico e costituzionale è anche la sostanza; quindi è assolutamente improprio ancorchè grave parlare di discriminazione. Ciò detto, torniamo al primo punto affrontato, cioè al paragone con il calcolo del Pil e del reddito pro capite. Un recentissimo studio dell’”Osservatorio sulla gestione della diversità” dell’Università Bocconi (direi che possa essere considerato attendibile) e pubblicato tempo fa sul Corriere della Sera ci dice che le differenza salariali a parità di mansioni, qualifiche, inquadramento e anzianità fra uomini e donne, sarebbero all’incirca del 2%. Praticamente nulle. La differenza rispetto ad altre ricerche è notevole. L’Istat aveva stimato, nel 2007, la differenza al 7%, Unioncamere, nel 2008, al 17%, mentre per Eurispes, nel 2009, il differenziale avrebbe toccato il 16%. (mai comunque al 30% di cui parli tu e la vulgata corrente). Il “segreto” della nuova verità sta proprio nei criteri della ricerca, che, differentemente da altri studi, non si limita a mettere a confronto il monte salari di uomini e donnne deducendo la discriminazione dal diverso ammontare. “La novità- dice la coordinatrice dell’Osservatorio Simona Cuomo- è che non ci siamo fermati a valutare la differenza tra lo stipendio medio delle donne e degli uomini ma siamo andati a vedere quanto guadagnano esattamente un uomo e una donna a parità di qualifica, mansione, inquadramento, anzianità di servizio.
    Naturalmente, quello stesso studio ci spiega che ci sono molte più donne che svolgono attività lavorative part time rispetto agli uomini da una parte e che, dall’altra, man mano che i livelli di qualifica aumentano, il numero delle donne tende a diminuire. Cosa che nessuno nega, sia chiaro, e che spiega il permanere della diversità dell’ammontare complessivo del reddito. Ma questo non ha nulla a che vedere con la presunta discriminazione salariale su base sessuale.
    D’altro canto, se tocchiamo il tema della discriminazione sostanziale e non solo “formale” nel mondo del lavoro, se è vero che ancora la maggioranza dei manager e dei membri dei consigli di amministrazione delle aziende sono uomini, è altrettanto vero che sono sempre gli uomini a svolgere i mestieri e i lavori più faticosi e soprattutto pericolosi. Come forse non sai (e ora lo sai) il 95 % circa dei morti sul lavoro sono uomini. Una vera e propria tragedia di classe e di genere. Si parla molto ormai (giustamente) del primo aspetto ma mai del secondo. A riprova di ciò, ammesso che sia necessario, non possiamo non notare che la grande maggioranza dei dipendenti della scuola e della pubblica amministrazione, dove tutt’al più ci si può prendere un esaurimento da noia ma certo non si muore cadendo da un ponteggio edile né ci si ammala anzitempo di silicosi o di altre simili amenità, sono donne. Un’altra bella contraddizione dal momento che le donne stesse, giustamente, hanno posto il valore dell’eguaglianza (sul quale noi concordiamo del tutto). Logica vorrebbe quindi che le pari opportunità e le quote dovrebbero essere proposte in qualsiasi ambito e non solo per le assemblee elettive e per i consigli di amministrazione. Il giorno che questa richiesta verrà avanzata avrà il pieno appoggio degli Uomini Beta. Non mi pare però che ci siano segnali in questa direzione né, francamente, credo, ce ne saranno mai…
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  2. Daniele permalink
    30 aprile 2015 21:03

    Questo, invece, è un pezzo tratto da QUESTA META’ DELLA TERRA (2004), di Rino Della Vecchia.
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    2.4.3 Solo le donne
    Che gli uni lavorino per dovere e le altre perché ne hanno il diritto è una disimmetria che nessuno vede tanto che persino i più duri maschilisti, generosamente, riconoscono che anche le donne hanno il diritto di conquistare l’indipendenza economica come se essi stessi l’avessero.

    Si è portati a pensare che, se non il coniugato, almeno il single sia interamente proprietario del suo reddito ma si tratta di una verità parziale perché, come ognuno sa, la relazione tra i due impone sempre ai maschi un costo economico che non grava sulle femmine. Come non ci sono donne con un impiego che sposino disoccupati, né mogli che mantengano i mariti, né divorziate che facciano lo stesso verso i loro ex, così non ci sono donne che corteggino gli uomini, che spendano per avvicinarli, che li spesino nel vestire, che paghino per essi al ristorante. Non esistono donne sole che acquistino una macchina più grande per rimorchiare meglio né si trovano di quelle che, per quanto innamorate, paghino le ferie ai rispettivi.
    Una single che sia interessata ad un uomo non deve per questo metter mano al portafogli, perciò, mentre il reddito della donna le appartiene interamente anche se entra in relazione con un uomo, quello dell’uomo gli appartiene completamente se e solo se non entra mai in relazione con una donna. Solo un maschio senza ormoni può essere economicamente indipendente. In tutto ciò non vi è nulla di notabile se non il fatto che questa verità, che appartiene al racconto maschile, viene del tutto occultata per poter rivendicare alle donne quel diritto che i maschi non hanno e non possono avere. All’origine della ricerca maschile del reddito, oltre al fatto banale che non vi è per i maschi altro modo per sostentarsi, vi è la certezza che senza di esso non potranno avvicinare nessuna e dietro gli sforzi per il suo illimitato incremento vi è anche l’aspettativa delle maggiori opportunità sessuali che crescono parallelamente al crescere di quello. Per le donne vale quasi il contrario nel senso che, oltre una certa soglia, più sono ricche e più difficile diventa trovare qualcuno cui legarsi che non sia ad esse inferiore, condizione cui i maschi possono sopperire solamente mettendo sul piatto del valore fama, potere, prestigio. Se li possiedono. Tutte queste banali verità traggono la loro origine nella differenza di valore sessuale tra i due, nel fatto che per l’uomo la donna rappresenta lo scopo mentre per essa l’altro è uno strumento.
    Le donne, e solamente esse, sono perciò economicamente indipendenti sia quando non hanno reddito proprio, perché il marito ha l’obbligo di mantenerle, sia quando si guadagnano direttamente uno stipendio. E’ un privilegio che perdono solamente quando le parti si invertono ed esse vengono a trovarsi nella condizione usuale di ogni uomo. Si tratta però di un rovesciamento del tutto virtuale come prova il fatto che mentre milioni di maschi in Occidente pagano gli assegni alle ex mogli, non esistono divorziate, per quanto ricche, che paghino assegni agli ex mariti. Per quanto possano essere innamorate le donne non trascurano mai l’aspetto economico del legame che si apprestano a stabilire nella coppia. Si è scoperto (con meraviglia) che quando la donna percepisce un reddito il regime di comunione dei beni tra i coniugi, che è la condizione normale, viene sostituito dalla separazione: “…quasi che il principio della comunità economica …()… non venisse più accettato man mano che le donne hanno maggiori possibilità di avere un reddito proprio” confessano, non senza imbarazzo, Barbagli e Saraceno.i E’ vero che anche le donne si innamorano e perdono la testa ma a quanto pare non smarriscono mai la calcolatrice.

    Dietro la corsa maschile al reddito ed al suo incremento si cela in realtà un grandioso ed invisibile corteggiamento che quel reddito presuppone. Se i maschi fossero al governo tutti i costi di avvicinamento alle donne, tutti gli oneri economici affrontati per rendersi graditi, tutte le spese di corteggiamento sarebbero detraibili dalle imposte e non è azzardato immaginare che tale disposizione comporterebbe forse l’azzeramento pluridecennale del loro carico fiscale. Quando la donna occidentale ritira il suo stipendio sa che quel reddito le appartiene integralmente e può gloriarsi di aver raggiunto finalmente quella indipendenza che è da sempre privilegio maschile. In cosa esso consista nessun maschio con gli ormoni l’ha mai saputo.
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    i Testualmente: “…quasi che il principio della comunità economica come caratterizzante il matrimonio non venisse più accettato man mano che le donne hanno maggiori possibilità di avere un reddito proprio”, in M. Barbagli e C. Saraceno Separarsi in Italia, Il Mulino, Bologna 1998, nota n. 8 di p. 92. Come se la donna ritenesse che la comunione debba valere solo quando essa è priva di mezzi e non viceversa. Egoismo femminile? No, è solo un modo con il quale le donne “…cercano di difendere la propria autonomia dal marito”, stessi autori in Lo stato delle famiglie in Italia, Il Mulino, Bologna 1997, p. 111.
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